Franco Basaglia – I volti del dolore

franco_basagliaUna notte, qualche anno fa, feci un sogno inquietante. Ogni volta che ripenso a quell’incubo, non posso fare a meno di immaginare quanta sofferenza reale e quanto dolore interiore abbiano provato tutti coloro che per decenni sono stati rinchiusi nei vecchi manicomi o ospedali psichiatrici. Costretti a subire pratiche di contenzione e a vivere un’esistenza arida e solitaria. Trattati dalla società come reietti e abbandonati perfino da parenti ed amici in luoghi sporchi e malsani a terminare la loro vita in completa solitudine e lontano dal pubblico decoro.

Per chi, come me o altri professionisti della psicologia o psichiatria, viene a contatto con queste vite vissute al confine tra “normalità” e patologia non risulta difficile comprendere la visione lungimirante di Franco Basaglia, psichiatra illuminato dalla fiamma della dignità umana e del rispetto dovuto a chi, senza colpa alcuna, resta intrappolato dal vortice ossessivo e soffocante del delirio. Fin dall’inizio del mio percorso di studi in psicologia ho sempre pensato che nessuno di noi è colpevole di un pensiero strano o inconcepibile ai più. La nostra mente è forse la realtà più complessa ed infinita che ci sia e la sua comprensione totale non è ancora stata raggiunta. Questo però non implica il dover rinchiudere pensieri ed azioni non convenzionali in recinti controllati e stabilizzati.

L’uomo va compreso sempre nella sua globalità, va guidato nel suo percorso di crescita, va assistito nei momenti di difficoltà e bisogno. A maggior ragione quando a soffrirne è la sua interiorità che, spesso, a conoscerla risulta essere molto riflessiva e stimolante allo stesso tempo. Allontanare da noi chi mostra comportamenti differenti o sospetti, non provoca solo dolore in chi ne subisce lo stigma. Credo seriamente che sia una sconfitta soprattutto per chi, nella convinzione della sua sanità mentale, dovrebbe farsene carico ed accettare la sfida dell’oltrepassare i confini ed ampliare conoscenze. Questo, secondo me, è il pensiero di Basaglia che dovremmo custodire come un tesoro. A prescindere dall’abbattimento dei muri di confine, delle grate di protezione e  delle catene di contenzione; è la nostra cultura che deve tutelarci, tutti, nella comprensione di pensieri, comportamenti ed azioni solo a prima vista pericolosi ed inquietanti. Dopotutto, qualcuno ha detto: “Da vicino nessuno è normale”. Per i più curiosi il sogno che ho fatto è il seguente:

“Ero affacciato ad una delle finestre di una grande camera. Guardavo fuori verso un giardino dal quale provenivano strane voci. Il mio sguardo, però, era limitato dall’inferriata arrugginita che proteggeva la finestra. Cercando di sporgermi quanto più possibile, appoggiai mani e viso alle sbarre fredde e sporche della grata, non riuscendo ad osservare lo stesso un granché. Sconfortato e arrabbiato, mi staccai da quei ferri e mi lasciai cadere a terra passando dal freddo del ferro al gelo del pavimento. Lentamente il mio occhio iniziò a percepire un’ombra che si avvicinava pian piano verso di me. Era una donna alta, con i capelli rossi e scalza. Si fermò davanti a me e sottovoce mi disse:<Hai la faccia sporca di sangue>. La guardai allarmato e le risposi che mentiva. Allora lei continuò dicendomi:<Se non ci credi toccati la faccia e guarda le tue mani>. Istintivamente lo feci e controllando le mie mani notai che erano sporche di strisce rossastre. Il sangue mi si gelò nelle vene e rimasi bloccato. Lei mi guardò e disse con voce flebile:<Te l’avevo detto…>; poi andò a sedersi su una sedia e a fissare un buco nella parete. Non sapevo cosa fare quando all’improvviso un urlo squarciò il silenzio della stanza. Un vecchio legato al letto a fianco al mio iniziò a piangere e gridare. Si dimenava come un ossesso, pur non riuscendo a sollevarsi dal letto. <Sangue, sangue, sangue!> gridava a squarciagola. Alcuni uomini gli si accostarono intorno al letto, tranne la signora che mi aveva informato del sanguinamento, ma nessuno toccandolo riusciva a calmarlo. Dopo qualche minuto la porta di ferro della camerata si aprì e, rapidi, arrivarono tre uomini vestiti di bianco spingendo un carrellino pieno di medicinali ed un altro li seguiva, con una penna ed una cartelletta. Il vecchio si calmò poco dopo. Uno degli uomini vestiti di bianco si allontanò dal suo letto e si avvicinò a me; piegandosi a terra mi risollevò guardandomi in faccia e dicendo:<Dobbiamo lavarti>. Prese un panno umido e me lo strofinò sul viso e sulle mani. Lo fissai impaurito. In seguito ci raggiunse l’uomo con la cartelletta che, arrabbiato, mi disse:<Quante volte ti ho proibito di attaccarti a quelle sbarre? Non vedi che ti sporchi sempre di ruggine!>. Terminata la pulizia, richiusero la porta di ferro a chiave e nella stanza calò il silenzio. Iniziai a piangere a dirotto finché la donna che fissava il buco lentamente si alzò e mi si avvicinò dicendo:<Ora hai la faccia sporca di dolore>. Andai alla finestra e guardai di nuovo verso il giardino. Le sbarre erano sempre così fredde…”

Angelo Urbano

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Autore: Angelo Urbano

Psicologo

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