Un caffè con Fidel Castro

44175-004-1aa92245Una settimana esatta prima della scomparsa di Fidel Castro, sono entrato in un bar della capitale e ho incontrato casualmente una ragazza cubana.

Era molto bella, col sorriso sorridente ed il seno prosperoso. Fuori pioveva, ma la sua voce canterina portava allegria nel locale. Accoglieva i clienti in piedi dietro il bancone mentre selezionava accuratamente delle monetine ordinandole, in base al loro valore, in piccoli contenitori di plastica. Quando mi ha chiesto l’ordinazione ho subito percepito, nella sua voce, uno spiccato accento sudamericano. Allora mi sono lanciato, a mo’ di indovinello, nel tentativo di scoprire le sue origini. Pensavo che puntare sulla classica Argentina mi avrebbe quasi sicuramente fatto colpire nel segno ma, appena ascoltata la mia interpretazione, lei ha sgranato gli occhi svelando, invece, di provenire direttamente da Cuba. Prima di allora non avevo mai conosciuto in vita mia un cittadino cubano, perciò è aumentata la curiosità di sapere qualcosa in più di lei.

Le ho chiesto, quindi, come mai fosse in Italia e da quanto tempo. Mi ha lanciato un sorriso triste, rispondendo:<Sono scappata da quando avevo 15 anni, clandestina!>. Le sue parole mi hanno letteralmente spiazzato. <Ma come?!?> ho pensato <una ragazza così bella, così solare, così estroversa che scappa da Cuba!?!> L’isola famosa in tutto il mondo per il sole, le spiagge, i bellissimi tramonti. Una delle mete di vacanza più desiderate sulla terra e lei che scappa, per giunta clandestinamente! Qualcosa non quadrava…

Ed infatti, repentina, è arrivata la sua amara spiegazione. <Perché voi pensate che Cuba è solo mare, sole e divertimento, giusto???>. Domanda retorica, la sua. <Tu come lo chiami un posto dove non puoi uscire, dove ti controllano movimenti e soldi, dove la maggior parte delle persona non ha nemmeno i soldi per mangiare e “Loro” invece c’hanno i soldi e si divertono alle tue spalle e non ti dico che altre cose brutte fanno!!!>. Ecco, ormai per la mia curiosità era l’ora di pagare il conto  e non potevo esimermi dal risponderle:<E come lo chiamerei io un posto del genere? Una prigione…>. Lei mi guarda e mi fa l’occhiolino.

Ma io a Cuba una chance voglio dargliela, dai, ci sono anche andati due papi e pure Obama! Allora riprendo:<Ti credo; però forse era così fino a prima dell’embargo. Adesso siete aperti al mondo, avete anche internet!>. Ora, però, il suo sguardo inizia ad inquietarmi:<Ma quale internet! che ti controllano pure le email…>. Va bene, mi arrendo. Non ho sufficienti argomentazioni per poterle confermare la presenza di un minimo di vita civile nella terra del leader maximo e, avvertendo a pelle la sua sofferenza, preferisco non infierire.

Ma, a questo punto, entra in scena il Deus ex machina che riesce a dare una svolta alla discussione portandola a livelli storico-filosofici che, alle 9 di mattina, solo in pochi sono in grado di compiere. Un arzillo ottantenne entra trafelato per restituire l’ombrello ricevuto in prestito poco prima dalla cameriera cubana. <Vedi> mi dice, indicandolo <Io con lui ci litigo sempre, lui difende il dittatore!> Nemmeno il tempo di pronunciare quel nome che il vecchietto esplode dicendo:<Bella mì, ma tò voi ficca in testa che quello a voi và salvato! Và fatto la revoluzione e và levato da mezzo a na strada! Tu n’eri manco nata, io ero giovane quando col compare suo annavano contro er monno pà libertà e pe-er comunismo!>

Taccio sugli sviluppi e sui toni che ha preso la discussione, ma penso sia chiaro a tutti che lì non c’erano sono la ragazza cubana e il vecchietto comunista, fanatico castrista. In quel bar era rappresentato tutto il mondo che ha preso atto della morte di Fidel e ha iniziato a riflettere sulla sua vita, sulle sue azioni e sulle conseguenze di queste.

C’era lei: popolo cubano povero, oppresso e senza voce. C’era il vecchio: il comunista di ferro. C’ero io: l’Occidente a cui fa solo comodo pensare che Cuba sia bella, variopinta, genuina ma che non si accorge che, per inseguire il desiderio di poter indossare un bel vestito, non ha prestato attenzione ai capelli crespi, alle unghie rotte e i piedi sporchi che hanno camminato sulle sue splendide spiagge col volto rigato di lacrime.

Di Fidel Castro, adesso, possiamo dire tutto ed il contrario di tutto. Uomo contraddittorio nel bene o nel male.  Discutere sul suo operato e scomporlo in vantaggi o rischi penso possa portare solo ad inasprire ulteriormente la faziosità che lo ha accompagnato per tutta la sua vita. Nel mio piccolo posso solo riflettere sulle testimonianze di vita vissuta della gente, che resta sempre l’unica depositaria della verità. Una verità personale e, alle volte, poco appariscente ma non per questo meno rilevante. Perché, a prescindere dalla Storia o dal corso degli eventi, mi rendo conto sempre più di quanto tutto sia interconnesso, ogni evento causale porta ad un altro ed ogni generazione è figlia dei suoi tempi.

Oggi il mio pensiero va a quella ragazza cubana. Chissà cosa ha pensato, chissà cosa ha provato, chissà se adesso avrà il coraggio di tornare nella sua terra.

Penso che andrò a prendermi un caffè da lei.

Angelo Urbano

 

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Autore: Angelo Urbano

Psicologo

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