“I fantasmi di pietra” di Mauro Corona

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Negli ultimi mesi l’Italia centrale è stata colpita da una serie di scosse di terremoto che hanno letteralmente sbriciolato interi borghi e frazioni situati sulla dorsale appenninica. Ovviamente questi eventi hanno scatenato tutta una serie di ripercussioni negative, in primis per le vittime ed i feriti colpiti dal sisma, ma anche per i danni arrecati alle abitazioni private, agli edifici pubblici, religiosi e alla comunità tutta.

Affrontare catastrofi di questo tipo, a maggior ragione per la loro natura improvvisa ed imprevista, causa forti destabilizzazioni sia a livello fisico che psicologico. Nel giro di pochi minuti il mondo crolla letteralmente addosso e ci si trova nella situazione di dover fuggire repentinamente dai luoghi che rappresentano la principale fonte di protezione, in particolare la nostra casa.

L’Italia, purtroppo, sia per la sua conformazione geologica ma, a volte, anche per mano dell’uomo stesso è quasi ciclicamente colpita da disastri naturali o ecologici ai quali, inevitabilmente, seguono fasi drammatiche di soccorso, ricognizione dei danni e successive ricostruzioni, come fosse un meccanismo ormai rodato nel tempo al quale doversi necessariamente abituare oppure soccombere.

Il doloroso ma commovente racconto di uno di questi eventi catastrofici possiamo ritrovarlo tra le pagine de “I fantasmi di pietra” di Mauro Corona. E’ la storia del disastro del Vajont del 1963, quando il fianco del monte precipitò nell’invaso sottostante inondando letteralmente i comuni di Erto e Casso. La sua è una passeggiata fotografica di storie famigliari e paesane imbevute della fatica quotidiana che caratterizza la vita in una paese di montagna. La descrizione di questo borgo quasi completamente abbandonato, immerso in un silenzio surreale dentro il quale, però, risuonano ancora i rumori delle cucine, delle stalle e degli strumenti di lavoro di tutte le attività produttive che trainavano l’economia di un’intera popolazione. Ne derivò un’immane tragedia, un sacrificio elevato di vite umane e di danni ingenti nella zona circostante.

Dopo, cosa resta? Il nulla, sembra. Una distesa di macerie si staglia sul territorio e tutto sembra perduto. Vite interrotte o sospese vagano impaurite alla ricerca di soccorso e protezione. Ogni punto di riferimento valido fino a poco tempo prima si perde nel caos e ci si sente sperduti ed indifesi. Tutte queste sensazioni si ripercuotono anche sul versante più intimo. A livello mentale gli eventi catastrofici provocano lacerazioni pesanti. Chi ne viene colpito avverte un forte senso di spaesamento, fino ad arrivare anche a perdere la lucidità e l’aspetto cognitivo viene estremamente compromesso.

L’opera di ricostruzione, prima che fisica, dovrebbe riguardare il recupero del benessere psicologico. Ovviamente si tratta di un processo lento e graduale. È necesario puntare sulla valorizzazione dei piccoli e vividi frammenti di vita che occorre rielaborare e riassemblare per ricostruire l’immagine originaria del Sé prima dell’evento traumatico. Uno strumento utile in questi contesti di disagio e dolore è rappresentato dalla manifestazione e dallo svelamento dell’emotività che pervade i sopravvissuti. Attraverso una piena condivisione di stati d’animo e sentimenti interiori è possibile alleggerire il peso dell’evento traumatico vissuto, incanalando e dando sfogo in questo modo alla tempesta di emozioni che suscitano smarrimento e timore per la perdita dei propri affetti ed effetti personali.

Il trauma della perdita, di qualunque perdita, ci mette di fronte a fragilità, impotenze e stati d’animo di cui spesso non si ha piena consapevolezza. Questi emergono in maniera dirompente e rapida provocando destabilizzazioni in grado di annientare un sano recupero della condizione psicofisica. In realtà la piena presa d’atto di tali condizioni emotive può rappresentare il punto di svolta per il superamento di questi eventi drammatici. Solo toccando concretamente le nostre fragilità potremo scoprire gli strumenti di resilienza più opportuni ed utilizzarli con adeguata sensibilità per trasformare le macerie rimaste in pilastri per una nuova ricostruzione di terra e di cuore.   

Angelo Urbano

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